• william

Sconcerto di parole



Il 9 novembre 1989 sembrava finita: il grande muro era finalmente caduto.

Gli animali di Orwell tirarono un sospiro di sollievo nel vedere i bipedi che ridevano, si abbracciavano, si baciavano, pacche sulla schiena e cordiali spintoni.

Era fatta. Anche la loro “fattoria” non sarebbe stato più il luogo di soprusi e sopraffazioni; quei nefasti maiali avrebbero smesso, una volta per sempre, di imporre pensieri preconfezionati e linguaggi uniformati. Insomma corretti.

In un’epoca di generalizzato ecumenismo e speranze per i nuovi traguardi, le cosiddette bestie guardavano al loro fratello pensante, purtroppo non ancora stabilizzato (perfida insinuazione di Nietzsche!), per trarne esempi ed ammaestramenti.

Con una certa sorpresa e distacco accolsero quindi una piccola disputa sulla declinazione al femminile di alcuni incarichi governativi o sociali. Sindaco o sindaca, governatore o governatora, prefetto o prefetta? Il dibattito, che all’inizio coinvolgeva solo poche persone specializzate in cavilli, si era ingrossato come un fiume in piena fino a interessare cariche istituzionali ai massimi livelli e accademie rinomate per le loro sottigliezze lessicologiche. Roba da sedute plenarie e accesi interventi parlamentari.

Volò anche qualche nota di biasimo e accuse di “sessismo” per quel gregario sprovveduto che ingenuamente aveva proposto la dicitura professionale di archi-tetta: perversa ambiguità allusiva! Cassata e archiviata.

I fuochi di paglia, si sa, sono di breve durata ma alimentati possono provocare vistosi incendi. Scintille di risentimento caddero pure sugli animali riuniti per domandarsi se i nomi che Adamo (un maschio figuriamoci!) aveva loro imposto erano giusti o, alla luce delle nuove tendenze, andavano cambiati. Dalla bagarre subito si tirò fuori il leone che, come re della savana, aveva ricevuto sempre grande rispetto per la sua specie: femmina (leonessa) e discendenza (leoncini).

La parità di genere (la forma prima di tutto!) era diventata un ossessione anche per loro e le cose minacciavano di mettersi male per un ulteriore sofisma: se i nomi maschili dovevano essere declinati al femminile perché non il contrario?

I due gruppi non tardarono a fronteggiarsi nelle vesti dei loro rappresentanti; da un lato la giaguara, l’ippopotama, la coccodrilla, l’avvoltoia e la falca, in prima linea, seguite da crotala, draga di komodo, squala e tricheca. L’altra parte non era da meno schierando: il pantero, il foco, il pando, il donnolo; e a sostegno: mangusto, civetto, faino e lontro.

Ognuno di loro reclamava, per ogni classe, ordine, genere, specie e sottospecie, una voce lessicale indicativa del sesso.

La lite imponeva una conclusione. Il parere finale venne affidato al vecchio orango (parola malese che significa òrang=uomo e ùtan=foresta; cioè uomo selvaggio).

La scelta era dettata dalla sua grande somiglianza con l’essere umano privo però delle sue ubbie (i selvaggi sono concreti!) e perciò reputato in grado di esprimere un giudizio misurato.

“Vedete noi abbiamo l’istinto che ci guida, ci sostiene, ci protegge; non dobbiamo far altro che seguirlo come abbiamo sempre fatto e, devo dire, con successo. L’uomo al contrario è obbligato ad usare il cervello. Per sua disgrazia, e spesso anche nostra, il pensiero che esprime spesso non è all’altezza della fama di un intelletto superiore, ma si blocca in meandri tanto futili quanto inutili. E la parola diffonde ai quattro venti scempiaggini che attraggono, come il miele, altre menti in cerca di notorietà a bassissimo impiego neuronale sebbene molto apprezzate dai cultori della polemica.”

La primavera soffiava nuovamente alle porte dopo quel lontano novembre; l’aria tiepida mescolava umori e intrecciava amori; gli animali dimentichi della disputa che, per un momento, aveva turbato la loro beata istintualità tornarono alla vita di sempre.

Gli esseri umani, tra i più ispirati e spiritati invece, sollecitati dalle brezze marzoline, fomentavano ulteriori insignificanti diatribe e disdicevoli tendenze a creare nuove ortodossie: elenchi di vocaboli sconvenienti, ragionamenti consentiti e memorie da celebrare.

-William


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