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Usanze e transumanze



L’antropologia, “discorso sull’uomo” secondo l’etimo greco, è di fatto nata con esso. Supportata da una congenita curiosità, nota qualità delle scimmie e prerogativa dei primati, si è nutrita, fin dall'inizio, di paragoni con finalità d’imitazione o rifiuto. A loro insaputa, i primi antropologi, furono i grandi viaggiatori dell’antichità. Con malcelata nostalgia di fronte alle sorprendenti cronache dei suoi antichi colleghi reporter-viaggiatori, Chatwin ne riferisce alcune descrizioni: “anziane vergini in forma di cigno, che hanno un solo occhio in comune ed un solo dente” (Eschilo), il popolo dei Neuri “i cui uomini si mutano in lupo per alcuni giorni ogni anno” (Erodoto) e Simia, nel III secolo a. C., parlava di “…una mostruosa razza di uomini, per metà cani, sul cui collo si innesta una testa canina munita di possenti mandibole. Essi abbaiano come cani ma comprendono il parlare degli uomini”. Riferisce inoltre di “…genti senza testa con la faccia sulle spalle, esseri con piedi bovini, caprini, palmati, a ombrello…”.

Cose che capitano quando il desiderio di soddisfare la voglia di stupire, sollecita la fantasia ad arricchire fraudolentemente una realtà già affascinante nella sua complessità.

Ancor più stupefacente è la presunzione, malcostume diffusissimo, di considerare le usanze della propria terra esclusive e, come tali, uniche depositarie di originali, irripetibili saggezze a fronte di stravaganti apparenze e bizzarre abitudini osservate in altri popoli. Ma è veramente così?

In Sicilia, la tradizione contemplava che i promessi sposi, appartenenti a famiglie povere, convolassero a nozze tramite un artificio: la fuitina.

La “fuga d’amore”, nella maggior parte dei casi, era concordata dalle famiglie che, di buon grado, acconsentivano al presunto rapimento. Con l'approvazione dei parenti, i quali stabilivano tempi e luoghi, gli spasimanti si davano alla macchia per ricomparire qualche giorno dopo a “consumazione” avvenuta. Accettata la sostanza non rimaneva che appagare la forma. Il matrimonio “riparatore”, celebrato alla chetichella senza sfarzi, né cortei, consentiva di risparmiare su arredi e corredi.

Nell’isola di Bali (Indonesia), a circa 10.000 chilometri di distanza, utilizzano, ancora oggi, l'identico stratagemma per la medesima circostanza.

Al pomposo rito nuziale delle classi agiate, il mapadik, preceduto da regolare fidanzamento, durante il quale i rispettivi genitori si conoscono e il pretendente chiede rispettosamente al futuro suocero la mano della figlia, si contrappone il ngorod ovvero il matrimonio con scappatella, identico alla fuitina siciliana. Solitamente la coppia "clandestina" si allontana a bordo di motocicli scoppiettanti. Chi ha avuto occasione di sentire il baccano infernale prodotto da quei motorini e il frastornante accompagnamento beneaugurante di coetanei, amici e sostenitori, si rende subito conto che la segretezza non è la prima e forse neanche l'ultima preoccupazione dei giovani innamorati.

Dopo quarantadue giorni, in pratica una lunga “luna di miele”, i fuggitivi finalmente ricompaiono e celebrano le nozze con tutti i crismi, ma in tono molto minore. Come per i siciliani, lo scopo della trovata è risparmiare sulle spese e sulla dote, salvando la faccia. E la "faccia", stando ai fatti, sembra non avere colori tanto diversi e molte delle famigerate distanze culturali, a guardar bene, non sono altro che sfumature espressive.

-William


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